“Sia il termine “anima” sia il termine “spirito” derivano dalle parole
greche e latine per “aria”, “vento”. Anima viene da anemos che in greco
significa “vento”. Spirito viene dal latino spiritus, il cui primo senso è
quello di “aria che spira”, e in Greco si dice pneuma, a sua volta “aria”,
“vento”. Le lingue classiche ci aiutano a capire che lo specifico della vita
umana (anima, spirito) è la libertà (aria, vento).”.
L’etimologia delle parole è
importante per giungere ad un significato puro, genuino, che tocca l’essenziale.
Toccare ė
un gesto reciproco, ė con-tatto, quello che vorrei procurare io quando scrivo.
A me stessa in primo luogo, nel senso di un con-tatto con la mia interiorità, e
a chi legge in modo da aprire uno spiraglio alla relazione. Quando mi metto in
contatto con ciò che ho dentro le mie mani reagiscono nonostante l’aria stantìa
che spira nel quotidiano e la mia anima torna a librarsi come un e- vento.
Sento quindi la necessità, in questo processo, di scarnificare certe parole,
togliere la pelle che un uso improprio, superficiale, di puro abbellimento, ha
fatto indossare loro. La parola Libertà ad esempio.
Sospinta dal vento ritorno oggi a
registrare un flebile battito, libertà che si affaccia sul presente. Il suo
moto non è identificabile sulla linea del tempo. Essa parte, e torna, da uno
spazio, il più intimo, il più profondo. Qualcuno lo chiama cuore e
le pulsioni che ne derivano sentimenti. Questo viaggio era partito proprio come
tentativo di espressione di un Essere/Libertà che sgorga dal cuore, fonte
di ogni Sentire. Un Essere che mi aveva chiamato, e-vocato, all’azione.
L’azione ė stata in primo luogo quella
di partire in un paese che non conoscevo e che mai avrei pensato di visitare,
soprattutto per la notevole distanza. Le Filippine quindi, isola di Negros
Occidentale, Pontevedra, in un convento di suore francescane. Molti hanno ironizzato
non tanto sulla causa paese, quanto sulla scelta del convento: “Non vorrai
farti suora?” è stata la domanda ricorrente a
cui ho dovuto rispondere con altrettanta ironia. Ammetto che la mia ė stata una scelta insolita non
avendo mai avuto una vocazione religiosa, ora meno che mai. Evitando di approfondire
ora le ragioni precise di questa scelta, mi servo comunque del termine
vocazione, come tanti altri impoverito e spogliato di sostanza. Vocazione è in
primo luogo un appello del cuore che nasce dall’ascolto di ciò che si ha
dentro. In questo senso e-vocare, portare fuori.
Io, proprio nel momento in cui ho
deciso di rispondere a questa chiamata, mi sono sentita veramente Libera. Si è
verificato in altri termini un gettito di cassa interiore, ho sperimentato quella
Libertà intesa come “fantasia, caos
creativo, libera trasgressione” che si staglia su una responsabilità
esercitata “all’insegna di valori del tutto
diversi rispetto a necessità, forza, autorità, perfezione, e simili piuttosto a
gratuità, fragilità, autenticità, processualità dinamica”. Il mio Spirito
ha acquistato allora vigore e calore, hanno funzionato i cinque sensi e la mia
anima si è messa in viaggio.
Da poco ho realizzato perchè sono
qui e perchè la mia esistenza ha vissuto finora di continue partenze e ritorni.
Per un atto di ricongiungimento. L’uomo
nasce libero ma è dovunque in catene, scriveva Rousseau. Io sono in catene se
non Sogno, non Amo, non Sento, non Ascolto, se non chiedo e non mi domando.
Tutto questo avviene quando sono ferma e pure quando sono in viaggio.[1]
Accade che la mia anima mi precede lungo il cammino. Lei va,
io resto. A volte ne perdo completamente le tracce e sento il bisogno di
riacciuffarla. Credo sia la mia priorità esistenziale, ecco. Perchè sono qui?
Lei mi aspettava.
Presto non potrò più raccontare.
Saremo in VOLO. Allora trovarsi in paradiso o in inferno non avrà molta
importanza. Conterà solamente ESSERE…LIBERA.
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NOTA: le citazioni e le
riflessioni di questo post sono tratte dalla lettura di un libro che consiglio
VIVAMENTE a chiunque sente che la propria vita non è un viaggio in solitaria nè
una passeggiata in superficie ansando e dimenandosi per battere sul tempo la
fine (paradossale se il tempo è scandito dale lancette), quanto piuttosto
un’Esperienza il cui sentimento cela “una
profondità e una larghezza dell’esistenza ben maggiori di quanto attestano i sensi
usuali”. Il libro si intitola “Io e
Dio” del teologo Vito Mancuso.
[1]
Nel film Caos Calmo, memorabile la scena che ritrae Nanni Moretti seduto su una
panchina di un parco e ad un amico che lo accusa di non poter continuare a star
seduto lì tutto il giorno, Moretti risponde muovendo la mano a medusa: “Io non sto fermo, mi muovo”.