giovedì 8 marzo 2012

NON è UN DELITTO RUBARE QUANDO SI HA FAME


Secondo la mamma di Jocelyn, “clen clen” era il suono emesso dal carretto del gelato e poiché mentre Jocy nasceva sulla strada ne passava uno sonante, ecco scovato il soprannome per la figlia. Se domando di Jocelyn ai suoi vicini nessuno sa chi è, se chiedo di Clen invece sì.
Il soprannome, nelle Filippine, è usanza generalizzata, un richiamo d'infanzia, una componente importante dell'identità. Lo chiedono sempre anche a me il soprannome, ma non ne ho, d'identità invece molte.
Jocelyn l'ho incontrata in prigione. Richiamò prepotentemente la mia attenzione gridando protesa dalle sbarre della “cella speciale”, riservata a chi ha infranto le regole del carcere. Clen aveva fumato. Con atteggiamento di sfida e attraverso una richiesta che non ammetteva negazioni mi fece sedere di fronte a lei, su uno sgabello alto cinque centimetri e largo venti, separate dalle sbarre. Nonostante lei non sapesse parlare inglese ed io non parlassi Illongo, sembravamo capirci quando ci guardavamo negli occhi. Clen spesso lo evitava.
Alla domanda rituale a cui non so mai trattenermi, non so se per banale curiosità o per il desiderio di sapere di quali grandi colpe si possa macchiare a vita una donna, rise chiedendo aiuto ancora una volta alle compagne. La formulazione di una sentenza politically correct, suonò così:  “Sister, ho fatto shopping senza money”.  Diventammo amiche in mezzo a scrosci di risa.
 Le spiegazioni nervose e l'atteggiamento aggressivo hanno lasciato presto il posto ad una cura spontanea e preoccupazione sincera nei miei confronti: “Sei felice, sister? Stai bene?” - mi ha sempre domandato in quegli incontri. “Siediti, sister, hai il volto stanco” - “Vuoi acqua? Caffè?” e se la mia risposta era affermativa, ordinava pedante alle altre di assecondare la mia sete.
Poi sorrideva a finestre aperte, gli occhi furbescamente allegri e acquietati solo per un timido istante e rispondeva: “se stai bene tu sto bene anche io”. E le parti si invertivano, come spesso accade nella vita quando di mezzo c'è l'Amore.
Per contrastare il nervosismo prima di rubare - credo sia questa la parola che non le riusciva di tradurre - faceva uso di una droga che qui chiamano Shabbat, simil cocaina. Clen mi confessa tuttavia, di far uso di droghe da quando aveva tredici anni. Tutto in lei evoca la strada, il possesso di un piccolo territorio, la sua difesa gelosa, le cicatrici sulle braccia, i lineamenti duri del volto, le lacrime raccolte nel cuore che fanno fatica a salire agli occhi, la fierezza e la grinta da leadership.
Dopo due mesi trascorsi nella cella speciale è stata emessa la sentenza di scarcerazione. Ero lì quel giorno mentre attendeva trepidante il marito.
L'ho incontrata ancora una volta fuori dal carcere. È venuta con la primogenita di tre anni, il secondo è nato in prigione ed ha due mesi. Non avevamo parole, non per mancanza di una lingua veicolo ma più semplicemente perchè proprio non sapevamo che dire di fronte ad un'evidenza che lascia tristemente ammutoliti. La figlia aveva una gamba gonfia, infiammata e non riusciva a camminar bene. Le ho domandato, ingenuamente stolta, perchè non la portasse da un medico. La risposta si è persa  nel vuoto liquido dei suoi occhi. Non mancano solo i soldi per un dottore, mancano anche per il latte al neonato che, mi spiega a gesti, piange impazzito. Al marito è scaduto il contratto di lavoro e quindi non resta che il furto. “Sister” - mi ripete le parole che le dissi in carcere - “io voglio andare dritta!”. Io però, non so più quale sia la giusta direzione.
Quella volta mi vergognai di averle offerto un gelato, ragalato un paio di pantaloncini per il piccolo e una maglietta per la figlia. Lei mi ha ringraziato compostamente, senza chiedermi null'altro. Le ho dato i soldi per la jeepneys e ci siamo salutate con la promessa di andare a visitare insieme le amiche in carcere.
Ieri ho provato a contattarla. “Sister aiutami, io sono già qui” recitava il messaggio. Arrivata alla prigione di Bacolod, Clen non c'era. Le altre mi suggeriscono che si trova probabilmente in un'altra isola.
 “Padre, - gli disse uno dei suoi figli, - vi vedo guardare a valle come attendeste l'arrivo di qualcuno. - é dell'uomo attendere, - rispose Ezechiele, - e dell'uomo giusto attendere con fiducia; dell'ingiusto, con paura.”[1]. Io ho paura.

Jennifer, Marites, Adelfa, Sunshine, Clen, Liezl, Patiza



[1]    Calvino Italo, Il Visconte Dimezzato, Einaudi, Torino, 1952.

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