È un filo di tela di ragno Lolo Federico, simile a quello su cui fa l'altalena il ragnetto davanti la sua casa che sembra pronta a volar via al primo soffio di vento mentre inganna le tempeste brevi e decise di questi tempi restando ancorata alla terra bagnata.
Lo osservo ed ho voglia di incontrare il suo sguardo. Mi dico che prima o poi me li rivolgerà quei suoi occhi così malati e arrabbiati e che la smetterà di fissare in basso non si sa bene cosa, ma lui continua a parlare senza degnarsi di alzare la faccia composta da annosi e morbidi solchi da cui spuntano sporadici i peli lungiformi. A me il suo viso ricorda le risaie che nutrono milioni di filippini sottili come Lolo. Le percorri per arrivare in quella sperdutissima radura dove si raccolgono quattro mini-casette di bambù. Distese di terra misto fango e ciuffi che spuntano dall'acqua. Talvolta un piede affonda sotto il sole cocente delle ore mattutine, ma non me ne curo.
Tatai (papà!) Federico è stato un colpo di fulmine, è stato come scovare un tesoro nascosto, la mia prima avventura in questo territorio inesplorato. Quel venerdì Grace ed io avevamo percorso qualche chilometro con il tricycle che ci aveva lasciate a ridosso dei campi. Era la prima volta che percorrevo le risaie. Mi sentivo un equilibrista maldestro con la busta della spesa in mano che non sa se andare avanti o tornare indietro.
Stavamo per rinunciare quel giorno perchè nella sua casetta non c'era e già avevamo perlustrato cautamente i dintorni. Ma ecco che ci aveva finalmente sentito chiamarlo e aveva risposto con uno strillo acuto di uccello catturato per gioco. Aveva pianto molto quella mattina e quando Grace gli aveva chiesto di cantare per me il suo pianto aveva continuato impenitente a far da musica alle parole roche e inesauribili. Mentre ascoltavo quella canzone scritta per la moglie morta tre anni fa, che suonava più come un grido di aiuto e richiesta di pace eterna per me che non capivo il testo, girovagavo nel labirinto dei miei pensieri e lungo la strada titolata “Via dell'egoismo di Rosalba” mi incamminavo nell'abbietta incapacità di comprendere per quale dannatissimo motivo si ostini a vivere un uomo in tali condizioni. Solo, povero, infermo, cieco, triste e sporco. Mi ripetevo che non è bene permettere a tali pensieri di affacciarsi alla mente, che in fondo la morte non è la soluzione ultima di una vita già morta, che a qualcosa la vita morta di Lolo doveva pur servire ma ormai era troppo tardi. Ecco li avevo già pensati...
A conti fatti, avevo ormai mangiato il frutto malato della società in cui ero nata e vissuta. Per giorni avrei voluto girare con un cartello appeso al collo: CONTAMINATA.
Quella mattina, ancora non lo sapevo, mi ero amaramente innamorata e avrei continuato a pensare a Lolo Federico per giorni con la voglia di fargli visita nuovamente.
Con le carezze, il bagno, il nuovo taglio di capelli, la lecca lecca e il succo di frutta il pianto era cessato e un sorriso aveva spalancato la sua bocca che aveva cominciato a pronunciare il mio nome sconosciuto. Così mi aveva salutato quel giorno il vecchio infante...così mi ero riaffacciata entusiasta da lui. Adesso conosce il mio nome e invece non lo “SA”! Lo aveva ripetuto cento volte quel primo venerdì, ma ancora non era riuscito a memorizzarlo. Suonava così estraneo...stavolta si sofferma sul “sa”, allora insieme ro-SA....dopo breve -lba. Poi “sa”, “sa”, “sa” e ricomincia ro-SA-....-lba. E ancora “sa”, “sa”, “sa”. A qualcosa lo deve associare quel “sa”-nome ma non ce lo dice. Ci svela però un altro segreto-nome: Sheila è facile da ricordare. È il nome della pompa di benzina (la Shell!).
Al secondo appuntamento Lolo non è solo. C'è la figlia che accorre dai campi non appena ci vede e si mostra cordiale e ospitale con noi anche se avverto in Lolo uno strano nervosismo. Tra padre e figlia c'è un affetto irrisolto. Lui si rivolge a lei con aggressività e ordini perentori, poi le allunga nel vuoto due biscotti e una lecca lecca. Lei stizzita si rifiuta di prenderli e poco dopo si addolcisce mentre stesa in piedi ronza intorno come un bersagliere stanco di vigilare. E così prende i biscotti e la lecca lecca.
“Quando ve ne andate” - confabula sottovoce Lolo mentre lei è distante - “mi prendono tutto il cibo che avete portato”. Prendono chi? Scopro dopo un po', nascosto nell'erba alta, un omino che strappa erbacce. È il marito che è stato la sfortuna di quell'unica figlia laureata e ormai stanca di sognare per sé un'altra vita che non sia campi e lavori saltuari per sopravvivere. Mi hanno detto: “il marito è un poco di buono!” ed io non ho voglia di indagare più di così poiché in fondo nella storia ci sta bene un marito violento e arraffone.
Tatai Federico stavolta non piange e si gratta incessantemente lasciando sulle gambe rinsecchite scie bianche come quelle che gli aerei lasciano nel cielo.
Il bagno che gli proponiamo è degno di un re, c'è acqua in abbondanza raccolta in tre bacinelle. L'altra volta Grace ed io avevamo fatto la spola alla pozza di un ruscelletto con il secchio bucato e l'acqua era stata nient'altro che un timido sollievo alla calura del giorno. Oggi lui attende seduto sul trono, che è l'ingresso del suo monolocale di bambù, le sue ancelle. Il mio eroe nudo!
Prima di incamminarci nuovamente in mezzo ai campi, colpite dalla violenza dei raggi solari, Lolo Federico vuole tastare quel poco di grazia di cui forse godrà il suo stomaco per due giorni: riso, sardine, spaghetti di fieno e biscotti. Cerca di catturare a mano morta tutto quello che non vede e se lo tiene stretto in grembo come un bambino egoista e viziato. Sputa sulla birra San Miguel che gli offriamo perchè secondo lui non sa di birra e continua a ciucciare la lecca lecca. Resterà almeno in lui la soddisfazione della conquista...
A presto Nonno. Kit-anay lang ta dason Lolo.
Sei riuscita ancora una volta
RispondiEliminaa non farmi sentire
-CONTAMINATO-
per tutto il periodo
di questo viaggio....
...credo che tu ora abbia
la possibilità di VIVERE UNA NUOVA VITA,
UNA VITA VERA,lontana da tutte
quelle cose (occidentali) che
ci imbambolano.
Eppure,bisogna aver coraggio per non
sentirsi un bambolotto senza cervello
e continuare la propria vita con ardore....
...ti abbraccio forte. TUO FRATELLO