La prima volta che l'ho incontrata Joy cantava e ballava provocante, con un piglio di nervosa tristezza e dolorosa spensieratezza. A tratti la voce, tenace e impostata, fletteva quando le lacrime provavano a scorrere. La passione con cui cantava sembrava riportarla a un tempo talmente remoto da rilanciarla improvvisamente nel presente con lo sguardo sperduto e intimorito di chi non sa dove si trova e perchè.
Quasi a ridere le domando, già conoscendo la risposta: “Perchè sei qui Joy?” - e lei, grattandosi la testa, un po' impacciata, un poco intimidita, mi sorride nervosamente: “ehhh!”. Sembra non aver afferrato la domanda. Allora tento ancora: “Da quanto tempo sei qui?” - “Un anno e tre mesi” risponde stavolta sicura. “E la sentenza è già stata emessa?” - torna a grattarsi la testa, si guarda attorno, sorride come i piccoli che sanno d'aver commesso marachelle ma con gli occhi hanno già chiesto perdono, poi mi ripete due volte velocemente come se rompesse un incantesimo: “non lo so. Non lo so a che punto è il processo. Ritardano sempre!”.
Sì ritardano sempre le sentenze per chi non sa come pagare avvocati e processi. La maggior parte delle detenute del carcere di Bacolod è da anni (anche dieci!) in attesa di giudizio per reati di droga. Joy è dentro invece per consumo.
Nonostante la spigliatezza di bambina che suscita risa in chi la guarda, Joy è estremamente insicura. Mi domanda: “Che ne pensi della mia voce?”- “Magnifica!” - le rispondo semplicemente, mentre vorrei aggiungere altro. Le emozioni spesso non hanno formula. Di professione lei cantava a El Camino, uno dei famosi risto-bar di Bacolod.
A Joy piace la mia poesia tatuata sul braccio sinistro e la confronta con il suo tatoo: un pugnale sul cuore, con il nome dell'ex fidanzato, sullo stesso braccio. Le domando il motivo di quel tatuaggio e mi risponde con un riso dolce amaro: “Io sono un cuore rotto!” (traduzione letterale dall'inglese :”I'm broken heart”). Non dice “ho il cuore spezzato”, ma “sono un cuore rotto”. Io provo a spiegarle che non dovremmo mai incidere sulla pelle un nome che tanto prima o poi perderemo per sempre, ma lei sorride, ammette che ho ragione come si fa con una donna anziana petulante, e chiama B-boy, il suo fidanzato dall'altra parte.
L’altra parte è il braccio maschile della prigione, separato da quello femminile da una piccola striscia di terra; molte detenute hanno un fidanzato con cui comunicano a voce, dall'altra parte. E sebbene io rida di questo, provi a spiegare che è ridicolo legarsi a qualcuno in quella situazione e prenda in giro Joy, lei non se ne cura: “io non posso vivere senza lui!”, mi azzittisce.
La sua performance è stata assai struggente davanti ad alcuni visitatori australiani del Rotary Club. Joy ha cantato due canzoni e in quei pochi minuti la violenza dei pensieri è stata tale da avere un impatto devastante sul mio corpo. Somatizzazione la chiamano i tecnici.
Senza sequenza ho pensato: è uno zoo o una prigione?, quei vecchi le guardano, e chissà cosa pensano!, non rivolgono loro la parola; portano la merendina mentre loro sono grassi come maiali; ci tengono a sottolineare che sono single e infatti nelle Filippine gli unici bianchi che girano sono anziani accompagnati da bellissime giovani donne, turismo sessuale, voglia d'amore a settant'anni, badanti? E poi: non ne posso più della ricchezza di qualsiasi genere essa sia. Mi dà la nausea ed io certe volte mi nauseo da sola. Io la beneficenza la contesto, serve solo a pulire la coscienza.
I miei pensieri hanno poi preso la “via della Filosofia”: “ma tu perchè vieni qui?” è la domanda perplessa che mi rivolgono le donne. E come spiegare un paradosso? L'eccesso di libertà porta alla prigione, ho realizzato. Quanti muri impediscono il fluire dell’anima in direzioni non convenzionali: la legge, i dogmi, l'abitudine, le opinioni degli altri, le idee degli altri, le aspettative degli altri ecc. Ecc.
Abbiamo forse bisogno di tutto questo per provare a noi stessi che siamo liberi di stare dentro o stare fuori? Perchè spendiamo la vita a costruire mura o permettiamo agli “altri” di erigerle in modo da consumarci nel tentativo di abbatterle? In effetti, quelle degli altri, possiamo solo scavalcarle, ma almeno evitassimo noi di tirarle su!
La libertà, concludo, è una lenta conquista, come il tempo, frutto di discernimento faticoso e ricerca incessante. Talvolta sì, ho bisogno delle prigioni per sentirmi libera. Lì dentro provo ad essere me stessa, al sicuro, qui fuori ho paura e mi sento sola. Non mi consolo dal momento che io ho conosciuto un uomo che davvero era Libero nel cuore e nell’anima, libero dalla legge, dai costumi sociali, dalle tradizioni, un uomo che nella sua libertà si è preso cura delle schiavitù di ogni genere: egoismo, indifferenza, senso di colpa, paura, ansia, depressione. Un uomo COERENTE con i suoi principi di libertà, nonostante si sia provato nei secoli a chiuderlo dentro la prigione di una religione.
Allora mi ritrovo ad attendere una libertà senza tempo che non ha bisogno di un tempo libero e provo, nella mia piccolezza, a circondarmi di esempi virtuosi, al caldo delle mie prigioni!
Libertà significa provare:
i sogni, le idee, la parola.
Chi non sogna ogni giorno,
chi non realizza un’idea,
chi non cambia se stesso,
non sarà mai libero.
Roland Breitenbach, “Il piccolo vescovo”
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