Missionario anti lobby
Dietro l'omicidio Tentorio forse i latifondisti filippini.
di Alessandro Ursic (LETTERA43)

Il missionario, che lavorava da 30 anni al fianco delle marginalizzate tribù locali dei Lumad, era diventato una spina nel fianco dell’industria mineraria e dei proprietari di piantagioni.
OPPOSITORE DELLE LOBBY MINERARIE. Già nel 2005, il sacerdote originario di Santa Maria Hoè in provincia di Lecco, minacciato da tempo per quanto stava facendo in difesa dei diritti degli indigeni, raccontando in prima persona un agguato a cui era scampato, aveva spiegato il suo ruolo scomodo sull'isola. «Da almeno tre anni», aveva scritto Tentorio, «i tribali dei villaggi si stanno opponendo al piano di alcuni politici e alcune compagnie di impossessarsi delle loro terre per farne piantagioni di banane e ananas. Sono stato coinvolto da quando li abbiamo sostenuti nella lotta per la difesa delle loro terre ancestrali».
Sulla zona, ricca d’oro e altri metalli, avevano infatti messo gli occhi anche alcune aziende minerarie, trovando in Tentorio un formidabile avversario.
A sostegno dei diritti delle popolazioni locali
Padre Giulio Mariani, missionario a Zamboanga (sempre sull’isola di Mindanao) che conosceva il sacerdote fin da quando era uno suo studente al seminario di Monza, negli Anni 70, ha spiegato a Lettera43.it il lavoro di Tentorio: «Fausto cercava di dare alle popolazioni tribali un riconoscimento all'interno della società filippina, difendendo i loro diritti. Era la voce di chi non ha voce: la gente gli voleva tanto bene, per loro era un fratello e con lui si sentivano a casa. Ormai si vestiva e parlava quasi come loro».«Padre Pops», come lo chiamano affettuosamente i locali, si prendeva cura degli indigeni a livello sanitario, mandava i loro bambini a scuola e li aiutava nel riconoscimento dei loro diritti sulle terre ancestrali. Le stesse che facevano gola a chi le voleva utilizzare a scopi commerciali, espropriando i residenti.
MINACCIATO DAI «BAGANI». Padre Tentorio era già sfuggito a un agguato nel 2003. Alcuni dei suoi fedeli lo avevano messo in allarme riguardo la presenza di uomini armati che lo attendevano per sorprenderlo a metà tragitto durante una trasferta in un paese vicino.
Le bande di «Bagani», una milizia indigena assoldata per terrorizzare la popolazione, lo minacciavano di «tagliargli la testa, arrostirgli le orecchie e mangiarsele». Grazie alla soffiata, padre Tentorio attirò in un altro paese i Bagani mandati a ucciderlo.
UCCISO PER VECCHI RANCORI. A confermare il ruolo scomodo del missionario, anche il fratello Felice, che si è detto certo della vendetta. «Mio fratello», ha detto Tentorio, «penso sia stato ucciso per vecchi rancori». E la versione è confermata anche dai collaboratori del sacerdote. «Chi lavorava con Fausto», ha continuato Felice, «mi ha detto che non erano arrivate minacce e quindi l'assassinio potrebbe essere legato a vecchi rancori, dovuti al suo impegno a favore delle popolazioni locali. Fausto ha sempre difeso gli abitanti della zona dai latifondisti che volevano espropriare i terreni».
Le accuse al governo di Aquino III per il clima di impunità
Un’associazione locale per i diritti umani, «Bagong Alyansang Makabayan», ha accusato intanto il governo del presidente Benigno «Noynoy» Aquino III per non aver fatto abbastanza contro il clima di impunità che impera a Mindanao, una terra contesa tra cristiani e musulmani impegnati - e divisi in diversi gruppi ribelli - in una lotta separatista da Manila.«Aquino ha le mani sporche di sangue per questo ennesimo omicidio», è l’accusa del gruppo, che quest’anno conta già altri cinque assassinii di attivisti contro le miniere.
Secondo l’associazione, i «Bagani» sono una creazione dell’esercito filippino per favorire gli interessi commerciali nella zona.
MISSIONARI AD ALTO RISCHIO. «Purtroppo c’è sempre la possibilità di essere uccisi per il nostro lavoro», ha spiegato padre Peter Geremia, un sacerdote italo-americano che avrebbe dovuto vedere Tentorio proprio lunedì 17 ottobre in un incontro tra religiosi del presbiterio di Kidapawan.
«Ci sono diversi gruppi armati contrari all’impegno pastorale per difendere i diritti e le terre degli indigeni, o semplicemente persone che si aspettano un aiuto finanziario e si indispettiscono se non lo ricevono. Recentemente però la situazione sembrava essersi calmata. Avevo visto per l’ultima volta padre 'Pops' il mese scorso, era sereno».
Chi l’ha ucciso, probabilmente, stava invece già progettando il modo in cui toglierlo di mezzo.
Lunedì, 17 Ottobre 2011
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